giovedì, 14 ottobre 2010
ieri... e per sempre...
Un treno...
come tanti...
un autobus...
come tanti...
muoversi nel mondo...
come tanti.
16:36 Scritto da: didone68 in Viaggi | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: amore, viaggio | OKNOtizie |
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venerdì, 15 maggio 2009
Il breve viaggio
Chissà se era il tempo del sonno o della veglia? Continua a chiederselo a distanza di qualche giorno e cammina con la testa per aria, lungo strade familiari dove potrebbe comunque perdersi. E guarda il cielo, le nuvole, il mare. E ritorna indietro con i passi e con il cuore. E si scopre fanciulla ingenua e sognatrice, romanticamente banale e fin troppo normale, mentre rivede i sassi che non si calpestano, e ricorda gli attimi che non si dimenticano. E' scesa dall'autobus senza sapere dove andare, è corsa tra le braccia del suo Amore, ha guardato senza vedere. Nella piazzetta romita ha giocato con i passanti come saltimbanca senza casa, si è rifugiata nel vicolo, ha ingannato la verità. Laggiù vicino alla fontana ha sorriso, nella piazza ha guardato incantata il passo lontano del cercatore di conchiglie, sulla gradinata ha fatto la civetta, nella casa diroccata ha ricncorso un fugace bacio, come foglia che cade in primavera senza vedere l'autunno, ha sognato e sentito il sogno. Più su, ai piedi della Cattedrale, ha guardato l'orizzonte, sulla stradina ha saltellato come da bambina, nel bar ha bevuto il caffé d'orzo e ha sorriso ancora. Qualcuno conosce la sua storia e non vuole narrarla...
15:03 Scritto da: didone68 in blog life | Link permanente | Commenti (3) | Segnala | Tag: viaggio, racconto, amore, sogno | OKNOtizie |
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venerdì, 27 febbraio 2009
Il bilocale
Un racconto, tanto per ricordare a me stessa che mi piace sognare storie che poi scrivo...
Il bilocale era in un palazzo costruito negli anni sessanta e recentemente rimesso a nuovo, una stanza di circa 20 metri quadrati ti guardava appena aprivi la porta. Si notava subito un grande divano sulla parete di destra, sicuramente un pò consunto ma di quelli comodi davvero, c'era poi un mobile non ben definito, non troppo alto e zeppo di libri, uno stereo compatto e qualche cd, un computer portatile spento. Sul mobile, un quadro dipinto dalla padrona di casa, rappresentava il mare e raccontava di un Amore che il mare stesso custodiva. Tra il divano e l'altra parete, il pavimento rustico era coperto da un tappeto enorme, forse troppo grande ma coloratissimo, allegro nelle sue geometrie antiche e moderne, una specie di soffice passaggio, di quei tappeti che ti permettono di camminare a piedi nudi e di sentire il leggero e carezzevole tepore dell'abbraccio. A pensarci bene il tappeto diceva molte cose di chi abitava in quel piccolo sogno...
06:25 Scritto da: didone68 in blog life, My Love, Poesia, Sapere e Libri, Viaggi | Link permanente | Commenti (9) | Segnala | Tag: bilocale, casa, viaggio, amore, mare | OKNOtizie |
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domenica, 03 febbraio 2008
Montmartre. La prima tappa di un viaggio (2)

Montmartre è Parigi. Andare a Parigi significa andare a Montmartre. E pensi subito che resteresti lì, anche nel caos che segna tutti i quartieri unici che caratterizzano la metropoli. Oggi Montmartre è fagocitata dal turismo spicciolo e banale ma il degrado non maschera la bellezza di un luogo, lo offusca forse ma non può cancellarlo, come quando si dice di un'anziana signora che è stata bellissima in gioventù ma che conserva la sua bellezza anche solo nello sguardo.
Quando passeggiavo in quelle vie, mentre passavo davanti al Cafè des Deux Moulins, al numero 15 di Rue Lepic, nei miei jeans troppo stretti, fin dentro i miei diciassette anni, ero come incantata, mi sembrava di attraversare un mio personale "paese di Oz". Quando l'ho rivisto ne "Il favoloso mondo di Amélie", ho avuto per tutta la durata del film, un sorriso ebete stampato sulla faccia, tanto che mio fratello mi chiese più volte se stessi bene, senza sapere che non solo stavo benissimo ma che ero ormai tornata indietro, in un tempo che pensavo non mi appartenesse più e che invece mi richiamava per farsi tendere le braccia. Devo tutto questo al mio amico Roberto, un bellissimo ventisettenne molto bohemienne, che mi aveva aiutato in quel progetto folle di viaggio. Glielo rendo oggi, troppo tardi perché legga questo post, ma nella speranza che non mi accada più di non dire in tempo a qualcuno quanto ha contato per me. Perdonami dolce ricordo lontano e ormai impossibile da carezzare, perdonami per non aver capito e per aver continuato a sbagliare anche dopo di te. Con il suo fare sbrigativo e coinvolgente Roberto era stato il primo uomo a dirmi che mi amava e io ero affascinata dal suo essere "grande" e autonomo. L'avevo seguito per mettere in pratica il mio progetto di fuga che divenne il nostro, in quell'agosto strano in cui credevo di essere ormai adulta. Era tutto cominciato un mese prima. Avevo conosciuto Roberto su una spiaggia qualunque, assolata e affollatissima. Ero rimasta soggiogata dai suoi occhi grandi e dai suoi lunghi capelli neri. Suonava la chitarra con un gruppo di amici tutti uguali e mi aveva preso in giro perché, secondo lui, ero troppo musona e taciturna per la mia età. Mi disse che gli ricordavo la sua compagna di scuola, secchiona e presuntuosa, con quell'aria seriosa e falsa. Mi ero offesa e avevo tentato di stare alla larga sia da quel bel ragazzone con i capelli troppo lunghi che dai suoi amici, poi avevo cominciato come per incanto a cantare insieme a loro e Roberto era diventato il mio nuovo amico su quella spiaggia, fino a quel momento deserta solo per me. In quel magnifico luogo, poco al largo, si erge ancora oggi un faraglione, eroso dal vento e dalle onde. Io e Roberto facevamo il bagno e dallo scoglio inquietante e affascinante nello stesso tempo, guardavamo la spiaggia che brulicava di formiche vocianti e di colori impossibili. Uno degli ultimi giorni di luglio raccontai a Roberto del mio progetto. - Voglio andare a Montmartre - dissi secca, forse per fare colpo su quello che consideravo un uomo e non un ragazzo. E Roberto, velocemente e senza esitazione, esclamò: - Ti ci porto io! - Non passò molto tempo e il progetto prese corpo, le vacanze al mare stavano per finire e Roberto insisteva per partire prima possibile. Io ero entusiasta e spaventata, avevo buttato lì, nelle nostre chiacchierate, qualcosa che non sapevo avrei poi dovuto sostenere fino in fondo. Non ero mai stata davvero trasgressiva. Cosa potevo raccontare a casa? Come andare fino in Francia senza che gli altri mi bloccassero? E poi avevo solo 17 anni ed ero arrivata non più lontano di Milano, già tanto se consideriamo che la mia casa era a Cosenza. Roberto fu molto risoluto e mi indicò subito la strada. Non avevo forse detto che sarei andata dai miei zii a Roma per ferragosto? Ebbene, erano gli zii quelli da convincere. Chiamai zio Franco, il fratello più giovane di mia madre e gli raccontai dello strampalato piano. Zio Franco poteva capire, era giovane anche lui, era stato per questo il più "moderno" di tutti, era andato presto via da casa. Mio zio rise tanto al racconto del progetto e all'inizio pensò che la nipotina folle stesse soltanto scherzando. Poi capì che ero convinta dell'altrettanto folle impresa e ridivenne serio. Si preoccupò non poco ma prevalse il suo senso dell'avventura e della trasgressione, non si tirò indietro e promise che ci avrebbe pensato. Mi chiamò dopo qualche giorno per dirmi che poteva accompagnarmi lui a Parigi, ma io fui categorica e non mi feci convincere. Gli spiegai che sarei andata con un amico e che di lui mi fidavo. Zio Franco mi disse di raggiungerlo a Roma e di portare l'amico, avremmo deciso dopo. Montmarte era ormai nella mia testa, non mi sarei fatta convincere a restare a Roma, nonostante fosse la città che amavo di più, delle poche che fino ad allora avevo conosciuto con gli occhi di una ragazzina felice. Mi sentivo fortunata e nessuno della mia famiglia immaginò le macchinazioni che stavo tramando. A Roma, calda ma sempre magica, zio Franco mi venne a prendere in stazione. Roberto era con me. Per tutto il viaggio aveva cercato di convincermi che ero speciale e che si era innamorato di me e io a ripetergli che era un pò scemo e che non era possibile innamorarsi in così poco tempo di una ragazzina di diciassette anni, goffa e troppo piccola per lui. Zio Franco guardò Roberto con circospezione e mi chiese senza mezzi termini: - Con quali soldi andate a Parigi? - Gli sussurrai in un orecchio che avevo messo da parte un bel pò di soldini, alla festa per il Diploma, considerato che l'avevo preso con grande anticipo, rispetto ai miei coetanei e che tutti avevano preteso di farmi regali molto costosi, in gran parte in denaro. Sorrisi e, con una grande faccia tosta, gli ricordai che proprio da lui non mi era giunto nessun regalo. Sorrise tirò fuori il portafogli e mi mise in tasca due biglietti da centomila lire. Ero al settimo cielo, con questo nuovo regalo, diventavo ricchissima. Potevo stare a Parigi per almeno due settimane. Partimmo la sera stessa, dopo aver promesso a zio Franco che avremmo telefonato tutti i giorni. Roberto lo aveva rassicurato, sapeva farci con le parole e zio Franco sembrava aver capito che poteva fidarsi, forse fu un pò troppo facile e "a rischio" fidarsi così, ma accadde e lo ringrazio ancora per l'opportunità che mi diede e per l'esperienza, che grazie a lui ho potuto fare. Il viaggio in treno fu lungo ed estenuante. Anche oggi, quando prendo un treno, so che starò male per tutto il tempo. Sopporto l'andata ma odio il ritorno. Accetto la prima solo per l'innata voglia di partire e per quella sensazione di "sabato del villaggio" che promette. Non potrei mai amare il secondo, il ritorno è come morire un pò, anche se poi è bello rinascere per il viaggio successivo. Arrivammo a Parigi stremati, fortunatamente Roberto sapeva dove andare altrimenti avrei dormito volentieri su una panchina. Conosceva, da un suo viaggio precedente, un dozzinale ma per me splendido ostello della gioventù e lì arrancammo, tra zaini pesanti e sorrisi che diventavano mani intrecciate. Il primo giorno ricordo di aver dormito tanto, accoccolata tra le braccia del mio amico paziente e premuroso, non invadente né esagerato nelle richieste. Grazie a lui non ho avuto mai paura, per tutto il tempo che abbiamo davvero vissuto in quella città e che abbiamo sentito nostra ogni pietra. Mi ha lasciato il ricordo di baci splendidi e di carezze sensuali ma non abbiamo mai fatto l'amore. Ha capito molto probabilmente che non ero pronta e, forse, sperava che sarebbe accaduto con calma e al nostro ritorno. Non è poi mai accaduto, ma è stato il primo uomo che ho baciato come se fosse non la prima ma anche l'ultima volta. Dopo aver dormito per un giorno intero, al secondo giorno finalmente decidemmo di risalire verso Montmartre, l'emozione è ancora nel mio petto, oggi dopo ventidue anni. Quell'emozione mi ricorda che in quelle scoperta c'era la crescita, il sogno, la gioia della ricerca della propria identità. Roberto mi guardava adorante. Ancora oggi non so se l'ho amato a mia volta. Scopro mentre scrivo che io non ho mai amato e, nonostante i miei trentanove lunghi anni, arranco alla ricerca dell'impossibile, come quando raggiunsi il letto un pò decadente di quell'ostello e mi addormentai tra le sue braccia, senza chiedermi cosa stesse davvero accadendo. Ho come la sua immagine scolpita nella memoria ora che Roberto non è più parte della mia vita da troppo tempo, adesso che sulla mia pelle sono passati tanti presunti amori e che proprio Roberto potrebbe essere il primo. Dico "potrebbe" perché i dubbi e le incertezze mi stremano anche dopo tanti anni. Ora che Roberto non è più e non può rispondere alle mie domande per dirmi davvero se mi amava e se si sentiva amato. Il mio dolce Roberto è andato via troppo presto per un altro amore, più grande, in un viaggio senza ritorno in Africa, nel suo vagabondare altruista per aiutare il prossimo, il mio dolce amico è stato per lungo tempo un grande missionario laico, morto per una caduta banale, in un mondo che ormai sentiva suo. Avrò sempre nel cuore un dolore senza fondo per non avere capito della fragilità dei sentimenti, dell'effimero senso del tempo, per non aver saputo allora come oggi che bisogna dirsi tutto e bisogna rispettare l'altro per quanto non può dire e non può fare. Oggi non sono capace di rispondere alla domanda sull'esistenza dell'Amore romantico e imperituro, nonostante tante volte ho creduto di esserci andata vicino. Mi sono convinta già ventidue anni fa, davanti alla Basilica del Sacro Cuore, a Montmartre, che quei sentimenti mi avrebbero solo sfiorato e che in realtà mai mi sarebbe accaduto di scoprire che quella dolce malia di cui i poeti narrano mi avrebbe intaccato. Roberto era lì e mi teneva stretta e io sapevo che sarei presto fuggita o che avrei costretto lui ad andare, ma non in quel momento, troppo bello e sicuramente irripetibile. Ancora adesso ho la triste sensazione di non sapere cos'é l'Amore, non mi sento capace di resistere al terribile desiderio di distruggerlo questo sentimento che mi terrebbe troppo legata e, tutte le volte, lego e stringo a mia volta perché l'altro decida di fuggire. A volte sento la necessità di spiegarlo all'altro ma ottengo reazioni opposte, abbandoni e paure immotivate. Io fuggo legando e stringendo per lasciare agli altri il tempo di fuggire, che paradosso! Rovino la possibilità di amare nel senso più ideale del termine, precludendomi la possibilità di far durare l'affetto per sempre, per la paura di non controllare le mie assurde capacità di dirigere la vita, non solo la mia ma anche quella degli altri. Roberto mi ha cullato nei giorni di Montmartre, mi ha osservato mentre dipingevo come se fossi una nouvelle Suzanne Sarandon e mi fatto sentire l'Amore, fino al giorno in cui gli ho chiesto troppo e l'ho fatto fuggire via senza avere la forza di riconoscere che le cose importanti vanno maneggiate con cura e non si impone niente a nessuno. Era solo dicembre, Montmartre lontana e vicina nello stesso tempo. Roberto era Roma. Gli chiesi di tornare a Cosenza per Natale, mi disse che era impossibile, litigai con lui, dopo la lite la nostra storia da fiaba era già finita. Oggi so che le storie si ripetono, non proprio uguali, non proprio come nei tempi di ieri, le persone sono diverse ma le emozioni osano ripetersi, e si può sbagliare ancora. La speranza di oggi è che possa riparare, con Roberto non posso più farlo. Ma questa è un'altra storia. Non so se raccontarvela adesso. Ora sono un pò triste ma nonostante tutto ottimista. Non ho mai davvero amato tutte le volte che ho creduto di dover possedere l'altro, tutte quelle volte che, come dice la mia amica Elisa, non ho rispettato nelle scelte, il cinquanta per cento che spetta all'altro. Oggi sono disponibile a cedere anche il mio cinquanta per cento, per poter dire, se non di aver capito cos'è l'Amore, almeno di sentire la necessità di rispettare la libertà dovuta a chiunque, ma soprattutto a chi ti vuole bene e per quelli che credi di amare, a modo tuo, in quel modo maldestro e stupido "del tutto e subito".
Non ho mai amato davvero ma voglio imparare.
07:10 Scritto da: didone68 in blog life, Viaggi | Link permanente | Commenti (1) | Segnala | Tag: montmartre, parigi, viaggio, scrivere | OKNOtizie |
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sabato, 02 febbraio 2008
Montmartre. La prima tappa di un viaggio (1)

Passeggiavo su questa splendida strada. Era la mia prima fuga da casa. Avevo solo 17 anni e tanta voglia di capire. Sono trascorsi ventidue anni da allora. Quel viaggio è solo ormai un viaggio della memoria, la prima tappa per ritrovarmi, non sapevo cosa davvero stessi cercando, se solo me stessa o se il mondo, come una diciassettenne può fare. Mi sentivo Picasso, con la mia tavolozza e i miei colori di scarto, un cavalletto che non era il mio, uno mio l'avrei avuto in dono solo l'anno dopo. Non sapevo nulla del mondo e avevo la presunzione di capirlo. Dopo tutti questi anni sento il bisogno di ricominciare, troppe cose sono ancora incomprensibili, troppe ingenuità mi fanno errare, nel senso dell'erranza e nel senso dell'errore. Mi fidavo del mondo che non conoscevo e ho continuato a fidarmi di quel mondo per troppo tempo, come solo un'ingenua di provincia può fare. Ho conosciuto poco del mondo in quelle strade di cui ricordo gli odori e i colori, ho capito poco di cosa mi aspettasse dopo, anche solo dietro l'angolo. Non ero sola ma non sapevo davvero di avere qualcuno accanto, nella folla di ricercatori dell'essenza di una vita che sfugge. Sono sola adesso, nonostante il tempo, le folle che imperversano, la ricerca che continua e lascia dietro di sé dolore e scoperte terribili, sono sola perché corro troppo, vado troppo veloce. Non imparai allora e non lo so ancora adesso che il mio egoismo può diventare il dio supremo che governa il mondo, anche dietro il sorriso falso delle lusinghe che ti aspettano ad ogni tappa del viaggio e a cui rispondi convinta che possano trasformarsi in cavalli alati sui quali raggiungerai gli spazi siderali a cui aneli. Ho girato per le vie e ho guardato il cielo, mi sono fermata a pensare e ho dipinto, forse ho solo imbrattato tele. Davanti alle tombe dei grandi, nel Cimitero di Montmartre, ho ripensato a Foscolo e alla sua Santa Croce, che avevo visitato con la scuola solo qualche mese prima. Mi sono fermata davanti alla tomba di Francois Truffaut, morto l'anno prima, il marmo nero davvero freddo e indelebile nella memoria, ho cercato Alphonsine Plessis per ritrovare il profumo delle camelie che avevo inseguito dietro la scia di verdiana memoria; ho scoperto la tomba di Berlioz e quella di Alexandre Dumas, figlio; ho visto quella di Degas, mi sono fermata rapita davanti a quella di Sthendal. La caducità della vita e l'ineluttabilità della morte mi hanno avvolto. Mi sono ricoperta di quell'aura superba di chi ha letto tanto e vorrebbe entrare con forza nella storia, quel personaggio costruito che forse oggi appare al resto del mondo. Mi sono anche lasciata prendere dalle musiche, dalle luci, dai locali unici e leggendari. Mi sono persa e devo ancora ritrovarmi. Oggi sto scoprendo di non avere molte risposte, vorrei uscire dall'aura di artificio che il cielo di carta mi impone, vorrei capire finalmente come e cosa deve cambiare per farmi sentire davvero serena e fortunata. Se mai dovessi raggiungere la vetta di un colle più alto di Montmartre, anche allora sarò sola, di quella solitudine che è dentro di me e non fuori, non si cambia il destino della solitudine, anche se provi a fare un pezzo di strada con la folla che ti attornia, vedi solo il volto di maschere che sorridono per lusingarti e poi fotterti. Quelle rarissime volte che incontri il bene e non il male non sei più capace di accorgertene e rischi di perderlo, troppo delusa come sei dal mondo che pensi nella sua orribile generalità. Non è stato così per Montmartre e non è stato così almeno un'altra volta nella mia vita. Comincio da lontano per capire, sperando di non tediarvi. Ho bisogno di riprendermi la vita che è qui ma sfugge al mio controllo, ho bisogno adesso di ricominciare a credere per riprendermi gli occhi che mi premetteranno di vedere la mia Montmartre negli occhi di chi mi vuole bene e nel segno indelebile delle mie fortune.
12:35 Scritto da: didone68 in blog life, Poesia, Viaggi | Link permanente | Commenti (1) | Segnala | Tag: parigi, montmartre, viaggio, erranza, fuga, ricerca | OKNOtizie |
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